Smart working e riqualificazione dei borghi: così possono rinascere

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7,2 milioni. Non è una vincita al Superenalotto ma il numero dei lavoratori che nel 2021 è stato in smart working. Il picco nel 2020, con lo scoppio della Pandemia, con ben 8,9 milioni di persone in lavoro agile. Quasi la metà dei lavoratori, il 46%, vorrebbe continuare a svolgere la propria attività in modo agile almeno un giorno alla settimana, e quasi 1 su 4 anche tre o più giorni a settimana. È la fotografia scattata da  dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche pubbliche (INAPP) con un campione di oltre 45mila interviste, e raccontata nel dettaglio su La Repubblica.

In Italia lo smart working è oggetto di discussione da qualche anno, negli ultimi tempi il dibattito è cresciuto, complice le necessità dettate dalla situazione sanitaria. Se in tanti paesi europei è vista come un’opportunità di miglioramento della qualità della vita oltre che di maggiore responsabilizzazione di un lavoratore, in Italia abbiamo il solito doppio fronte. Da un lato, aziende che ci credono davvero e che lo reputano un’opportunità, al punto di averlo reso almeno parzialmente una regola a tempo indeterminato; dall’altro, gli scettici, quelli che accusano una scarsa produzione di chi lavora da casa.

Cos’hanno in comune lo smartworking e la riqualificazione dei borghi? Un dato dello studio di INAPP fornisce la risposta. Potendo continuare a lavorare in smartworking, oltre un terzo degli occupati si trasferirebbe in un piccolo centro: in provincia, nell’entroterra o semplicemente lontani dal caos della città. Inoltre, ben quattro persone su dieci si trasferirebbero in un luogo isolato a contatto con la natura. Non finisce qui, perché pur di lavorare da remoto, un lavoratore su cinque accetterebbe un’eventuale riduzione dello stipendio: la qualità della vita vale più di quella economica. Un fenomeno che ha preso vita anche grazie al movimento dei southworkers, che spingono per il rientro nei paesi del sud Italia.

E incredibilmente, poter lavorare in un borgo potrebbe rappresentare anche un’idea di business per coloro i quali vogliono lavorare nel turismo ricettivo ma non solo. L’assist arriva dal Piano Nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che ha stanziato un miliardo per i progetti di rivalutazione di 250 borghi (scelta dei borghi e assegnazione delle entro il 30 giugno 2022). Ecco che, contemporaneamente allo svolgimento del proprio lavoro, chi ha nel cassetto il sogno di un’impresa propria nel mondo del turismo, potrà finalmente aprirlo. Tenendo presente ovviamente le preziose ricadute sui territori e la rivitalizzazione delle micro economie: dalle piccole botteghe agli artigiani, passando per la filiera del food e della ristorazione (solo per citarne alcune).

Certo, le opportunità ci sono ma bisogna rovesciare la medaglia e fare i conti anche con le criticità. Una su tutte è l’infrastruttura tecnologica: il gap con le grandi città del nord è oggettivo e va necesseriamente colmato per poter disporre di tutti gli strumenti utili per chi vuole fare smartworking nei piccoli centri ma anche per chi vuole promuoverlo in forma imprenditoriale.

Lo smartworking e la riqualificazione dei borghi vanno a braccetto. Il lavoro agile può dare un contributo prezioso alla rinascita di questi tesori nascosti che rischiano di svuotarsi completamente negli anni. E se è vero che da ogni crisi nasce un’opportunità, eccola: ora o mai più.