Gli effetti della rete: il Referendum e i Social Vikings

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Sono passati pochi giorni dal Referendum costituzionale e dopo la miriade di analisi politiche sentite e lette tra web e tv, rimbomba ancora il vespaio di polemiche scaturito dalla consultazione. Un dibattito aspro e rovente che si è consumato già a partire da molte settimane prima dell’appuntamento del 4 dicembre e che si è consumato anche nei giorni successivi. Un confronto accesissimo che ha visto anche la rete, e più in particolare i social, come palcoscenico che ha scatenato praticamente chiunque.

L’ASSURDITA’ DEI TONI – Si votava per cambiare la Costituzione. Un valore fondante della costituzione stessa parla espressamente di “libera manifestazione del pensiero”. Violato. Totalmente. Come si fa a parlare di una cosa simile quando si assiste a minacce, insulti e toni surreali? La politica e le relative consultazioni dovrebbero essere occasione di confronto e invece puntualmente diventano terreno di scontro e inutili divisioni che sfociano paradossalmente nella rottura dei rapporti interpersonali. La diversità di idee è un valore perché agevola il confronto, favorisce lo scambio di considerazioni ed è certamente occasione di crescita. Noi proprio non ci siamo abituati a tutto questo o forse non lo vogliamo. L’incredibile paradosso tutto italiano: siamo gli stessi che ci commuoviamo per il terremoto e diamo vita alle gare di solidarietà, salvo poi diventare guerrieri digitali nel giro di poco tempo.

I SOCIAL VIKINGS – Chi sono? Il referendum ha favorito la nascita di questa nuova categoria. Sono veri e propri vichinghi digitali, i pallottolieri della rete, quelli pronti a sparare sentenze in maniera offensiva e senza il minimo rispetto della persona e della diversità di pensiero. Sono quelli che non conoscono la parola confronto, la bellezza della democrazia e che pensano che con un monitor e una tastiera tutto sia concesso. Tutte le bacheche di Facebook sono state per giorni invase dal dibattito sul referendum. Un overload che ha stancato molti, soprattutto per i toni. Tutti si sono improvvisati esperti del tema e fin qui tutto bene, o quasi. E’ la guerra social che si è scatenata a lasciare sbigottiti. Uno spirito di iniziativa che viene fuori solo in determinate occasioni, nel modo sbagliato, in quello che da molti è considerato un paese di spettatori. Ecco che i Social Vikings, amanti del disprezzo, trovano terreno fertile in queste occasioni. Diffidare dalla categoria.

IL FATTO QUOTIDIANO, IL CASO – “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. Parole e musica dell’articolo 1 del Testo Unico dei doveri del giornalista, approvato lo scorso gennaio dall’Ordine nazionale dei giornalisti. Indicazioni probabilmente sfuggite a una testata autorevole come quella de “Il Fatto Quotidiano”.  Un giornale molto apprezzabile alla sua nascita, un nuovo format che si distingueva in positivo nel panorama dell’informazione. E’ chiaro che un giornalista è prima di tutto un essere umano con le sue idee e i suoi ideali. E guai se non fosse così. Ma un giornale e chi lo fa ha il compito di informare in maniera chiara e trasparente, di non aizzare le folle, casomai di educarle. Quanto alla linea del Fatto Quotidiano, apertamente schierato per il NO alla riforma, ha francamente dell’assurdo. Toni da Far West e un accanimento senza precedenti, con la punta dell’iceberg rappresentata da Andrea Scanzi, che oltre ad esultare come se fosse allo stadio, si è lasciato andare alla pubblicazione sulla sua pagina Facebook della foto di un sms imbarazzante inviato all’ormai ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Ma non finisce qui. Lo stesso Scanzi, sulla sua pagina Facebook, ha pubblicato il video di un balletto orripilante promesso ai suoi fan in caso di vittoria del NO. Questi si bei segnali di sobrietà a favore di un dialogo e un confronto democratico. W l’Italia!