Il bambino e il pallone: un fallimento mondiale

Tutti invocano la rivoluzione: ma cosa vuol dire esattamente?

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Giorni duri per l’Italia del pallone. Qui, dove il calcio è molto più di uno sport, l’umore di tanti è un concentrato di rabbia e delusione. Troppo forte il colpo da eliminazione dal Mondiale, troppo fresco il ricordo della notte di San Siro, troppo inusuale per la storia di questa nazione. Eppure così è, il tempo ci aiuterà a farcene una ragione e cicatrizzare la ferita. Per una settimana non si è parlato d’altro: nei bar, in metropolitana, nei talk show (non solo sportivi). Ognuno ha sentito di dover dire la propria. Gli italiani volevano due teste, e le hanno avute: Carlo Tavecchio, impacciato e discusso presidente federale e Gian Piero Ventura, che proprio qui avevo elogiato al suo arrivo in Azzurro per la sua capacità di lavorare con i giovani. Quei giovani che in Nazionale non mancano e che avevano bisogno di una guida che ci sapesse fare. Mi scuso, ho dovuto ricredermi dopo le sciagurate scelte dell’ormai ex tecnico. Una confusione così, in Nazionale non l’avevo mai vista.

Germania 2006: l’ultimo grande momento della nostra della nostra Italia. Sul tetto del mondo grazie a campioni assoluti come Buffon, Cannavaro, Pirlo, Gattuso. Già, ancora lui, Buffon: chi lo ritiene solo un super portiere, non dimentichi la grandezza dell’uomo. Quelle lacrime al fischio finale della gara con la Svezia dimostrano tutto l’attaccamento di un Capitano a quella maglia. La barca affonda, lui ci mette la faccia. Come ce la mette De Rossi, spesso criticato per comportamenti discutibili, questa volta tra gli eroi di quella notte maledetta. Già, perché si può essere eroi anche nelle sconfitte.

Tutti chiedono la rivoluzione, molti non sanno nemmeno cosa racchiuda quel termine che vuol dire tutto e niente. La rivoluzione vera è nella freschezza delle idee, degli uomini, delle strategie. È nella necessità di smetterla di anteporre interessi di sorta al bene di un sistema, nella trasparenza come base da cui ripartire, nello svecchiamento di procedure obsolete. È nella necessità di riformare un sistema in cui finalmente ci sia sempre spazio per la Nazionale, senza il diniego di quei club che poi in occasioni come queste dal pulpito sparano a zero sui fallimenti della Nazionale. La rivoluzione vera è negli stadi moderni che l’Italia non ha, nei settori giovanili che hanno bisogno di attenzione e investimenti, è nella necessità di chiudere le porte ai calciatori mediocri che arrivano dall’estero. Chi ha talento è sempre il benvenuto, può solo aiutare i nostri ragazzi. La rivoluzione è nei genitori che non si intromettono tra i figli e gli allenatori, che vanno a vederli senza insultare gli arbitri. La rivoluzione è anche andare civilmente allo stadio, senza paura di portarci i bambini. La vera rivoluzione è culturale!

La prossima estate niente Mondiale. Niente piazza piene, niente bandiere, niente nastri tricolori. Niente trombette, niente raduni per guardare le partite. Se ne parlerà (forse) nel 2022 in Qatar, un Mondiale assolutamente inusuale che si disputerà a novembre. Altra rivoluzione.

Ho un ricordo troppo sfocato dei Mondiali del 1990, ne ho uno più vivo di USA 1994. Nella piazza della mia città guardavo le prime partite dell’Italia su maxischermo e mi emozionavo tantissimo. Ricordo la doppietta di Baggio contro la Nigeria e il mio primo carosello a bordo di un’auto dopo aver implorato mia madre per poterci andare. Avevo 9 anni e a quei tempi il rumore del pallone per strada era la consuetudine: ne bastava uno per renderci felici. Si giocava a tutte le ore, nonostante le lamentele di chi doveva sopportarne urla e tonfi. Si tornava a casa sporchi e sudati, si esultava come facevano i grandi che vedevamo in TV, imploravamo i nostri genitori per andare allo stadio. È una storia quasi maniacale quella che tutti i bambini avevano col pallone, un binomio indissolubile. Oggi ci sono gli smartphone e il pallone per strada non fa quasi più rumore. Forse, le ragioni di un fallimento mondiale stanno anche qui.