Milano, quattro anni dopo. Un racconto lungo 1460 giorni

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È un freddo e piovoso giorno di novembre del 2015. Il 5 per la precisione. La macchina è piena all’inverosimile, pronta ad attraversare l’Italia. Ho l’immagine impressa in mente dei miei nonni che dal balcone mi urlano in dialetto “stai attento”. Sono cresciuto con questo mantra: sin da piccolo, tutte le volte che uscivo di casa, fosse anche solo per una passeggiata, l’invito era sempre lo stesso. Stavolta però il viaggio era di quelli lunghi. Quando arrivi al casello di Melegnano sembra che il mondo finisca: l’unica scelta che hai è quella di pagare e lasciare l’autostrada. In realtà lì comincia un mondo nuovo, diverso, parecchio distante dalla tua realtà e probabilmente unico nel Belpaese. È Milano. Stefano Accorsi in “Radiofreccia” mise le cuffie per raccontare quello in cui credeva. Seppur io ami la radio, mi affido alla scrittura per esternare le mie sensazioni rispetto a questa città. L’avevo descritta così qualche mese fa: “Quando arrivi non la capisci subito. Prima che ti abbracci completamente ci vuole tempo. Milano è il tempo che scorre veloce, la gente che trottola a ogni ora. È l’ “alieno” che ti sbatte addosso perché cammina con la testa china sul telefono. È l’aperitivo dal lunedi alla domenica. È la città degli intercalari che iniziano per F (figa e fatturato). È il posto dove il detto “Ofele’ fa el to meste’ “ (pasticciere fai il tuo mestiere) ne sintetizza la forma mentis del “a ognuno il suo mestiere”. E tutti, giustamente, tendono a rimarcarlo. Milano è la metro affollata a ogni ora, dove nessuno si guarda, perché lo schermo dello smartphone è più attraente, con buona pace del romanticismo. Milano è il clacson dell’auto dietro di te che ti suona ancor prima che scatti il verde. Perché il tempo è denaro. Milano è la città che si trasforma quotidianamente: edifici tirati su alla velocità della luce, nuove tendenze, creatività disarmante. È la Design Week che la rende un elegante salotto a cielo aperto, è San Siro che s’illumina per un derby o un concerto. È lo scroscio della fontana di Piazza Castello che nasconde i rumori assordanti della città. Ma che nulla può di fronte alla frenesia e alla schizofrenia della sua gente. Milano è Sant’Ambroeus e la nuova stagione della Scala, è il panzerotto di Luini, anche se ce ne sono decisamente di più buoni. Milano è le mille app che ti fanno conoscere persone, partecipare a eventi, fare Yoga, ottenere sconti. Milano è i supermercati super affollati dal lunedi al venerdi dopo le 19 e il sabato e la domenica tutto il giorno. Milano è un piccolo meridione: un popolo di “terroni” che nella valigia ha messo sogni e speranze in cerca di un’opportunità. Milano è il posto dove la gente arriva per restare, o magari per ripartire. Milano è la città in cui i romani non hanno dubbi sulla sua cosa più bella: “er treno pe Roma”. Milano è la città dove se finisci di lavorare alle 18,30 ti chiedono se fai il part-time. Milano è la capitale dello sharing: si condividono auto, scooter, bici, monopattini. Ma non i sentimenti. Milano è la città degli psicologi, degli osteopati e dei centri massaggi (senza happy ending) con le agende fitte. Milano è le palestre super affollate. Milano è una palestra di vita: t’insegna tanto, ti fa crescere col bastone e la carota. Ti dà sempre un’opportunità. Milano è cosmopolita, è gli Air B&B che nascono come funghi nei palazzi per accogliere i sempre più numerosi turisti. Milano è gli ambulanti che d’inverno ti vendono gli ombrelli e d’estate l’Autan per combattere la difficile battaglia contro le zanzare. Non faranno gli scontrini ma il marketing lo studiano. Milano puoi amarla o odiarla ma a lei non importa. Milano è la Madonnina che guarda dall’alto e che forse vorrebbe vederci più umani e meno “soldatini”. Ma intanto guarda. E aspetta che si muova qualcosa!”.

Oggi, esattamente quattro anni dopo, con la stessa Panda che mi ha portato sotto la Madonnina, ho fatto un giro per le vie della mia città (quella vera) e ho riavvolto il nastro di questi 1460 giorni. Ho cambiato case, lavori, amici, opinioni, desideri, abitudini. È successo praticamente di tutto. È una città a cui sarò eternamente grato senza però dimenticare le mie origini: anche se la mia carta d’identità dice che sono residente a Milano, il caffè al Bar non sarà mai come quello con gli amici di casa e il mio Santo sarà sempre San Gerardo Maiella (so che Sant’Ambrogio mi perdonerà). In fondo il desiderio di restituire qualcosa alla mia terra mi accompagnerà sempre, mi sento debitore. Milano è la città che ha un passo diverso, troppo più veloce degli altri. Milano va in controtendenza rispetto alle abitudini italiane: non muore dopo un grande evento e fa diventare Expo un’occasione di rinascita mostrandosi al mondo come capitale della moda e del design, assumendo addirittura una vocazione turistica mai avuta prima. Milano sa esaltarti ma può farti sentire una nullità, ti regala tante conoscenze e pochi amici ma almeno ti aiuta a dar loro il valore che meritano. A tutti quelli che ho incrociato sin qui sulla mia strada sarò sempre grato perché devo a loro qualcosa.

La metro di Milano

Milano è la città del caffè macchiato caldo e freddo, del caffè corto in tazza grande, del caffè d’orzo in tacca piccola, del marocchino senza cacao. Un caffè normale mai. Milano è la città del vegan e del bio ma poi ci si sfonda di Spritz, Moscow Mule, Gin Tonic e bollicine. Milano è il Milan e la Scala del Calcio, anche se di questi tempi diverte più la Serie C. Milano è le uscite senza orario, è l’alba dopo le notti brave e il mal di testa del giorno dopo. Milano a volte sa farti sentire solo anche in mezzo a migliaia di persone, sa stimolarti al punto di sorprendere te stesso, stupirti con locali cool ed eventi impensabili. Sa che in fondo in qualche modo ti affezionerai a lei anche se spesso vorresti essere altrove, anche se l’estate scappi da lei per il mare e l’inverno per la montagna. Milano sa che tutti i giorni deve accogliere gente nuova e prepararsi a salutare chi decide di andare altrove. Milano mi ha reso felice e mi ha preso a schiaffi, mi ha fatto sentire prima Dio e poi un discepolo. Mi ha dato la possibilità di vivere esperienze che solo qui e avrei potuto fare e conoscere persone che solo qui avrei potuto conoscere. L’ho vissuta nella sua parte sud prima di approdare in Via Gluck, di fronte alla storica casa di Celentano, dove arrivano turisti e curiosi o semplicemente fan armati di chitarra che ci tengono a lasciare un segno. È il mio laboratorio gastronomico dove mi diverto a cucinare. Di fianco c’è la lavanderia del Signor Carlo, un brav’uomo che dà vita a simpatici siparietti con la moglie, un milanese fino al midollo: “Maurizio sei un bravo ragazzo, portami le camicie qualche volta, te le stiro volentieri, sei un amico”. In quest’angolo di Milano ci sono finito perché ho la fortuna di avere una famiglia bellissima che è con me anche se a volte meriterei i lavori forzati. Qui ho scoperto la Martesana, un parco che mi abbraccia nelle mie lunghe camminate, quando ho bisogno di svuotarmi, pensare, riflettere. Con buona pace del mio contapassi. Sono passati quattro anni esatti. Quel che sarà non lo posso sapere. Ho i miei sogni e miei desideri come tutti i miei coetanei. Finisco il mio giro in macchina per le vie della mia città in terra lucana. Ho ancora un ricordo però, una casualità: quattro anni fa, varcato il casello di Melegnano ricevo una chiamata. Erano i miei nonni che in coro mi invitavano a stare attento.