Londra, Parigi, Madrid: storie di lockdown

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I sacrifici da lockdown sono mondiali. E fanno rumore. Consentono al Tamigi e alla Senna di far sentire ancor più forte lo scorrere delle loro acque, al campanile del Palazzo delle Poste di far sembrare colpi di cannone dei semplici rintocchi. Londra, Parigi, Madrid: tre città che il Coronavirus non ha risparmiato. Da qui arrivano le storie di tre ragazzi che hanno in comune la provenienza. Ancor più nello specifico il fazzoletto di terra che li ha visti crescere. Capodigiano è una frazione di Muro Lucano, comune del potentino. A dividerle, un ponte secolare in cemento armato che percorrevano da adolescenti per raggiungere i luoghi di ritrovo con gli amici e che ripercorrono tutte le volte che tornano a casa. Oggi un altro ponte li accomuna, quello tecnologico, che gli permette di comunicare con famiglia e amici in tempi di lockdown. Antonio vive a Londra da 7 anni, Pasquale a Parigi da oltre 3 mentre Francesco è a Madrid da 12 anni. Tra desideri, preoccupazioni e sensazioni sul sistema sanitario locale, raccontano la loro quarantena e come le città che li hanno accolti stanno affrontando la pandemia.

Antonio Guerra, 34 anni. Londra

È arrivato all’ombra del Big Ben nel 2013. Il pensiero per l’Italia è sempre vivo, le differenze nelle restrizioni sono tante. Nel Regno Unito le misure del lockdown sono molto meno stringenti rispetto a ciò che accade in Italia – racconta Antonio -. Ci è concessa la passeggiata e lo sport all’aperto, mantenendo sempre quella che qui definiscono social distancing, ovvero la distanza di 2 metri tra persone che non vivono nello stesso appartamento”. Il Coronavirus ha ovviamente stravolto anche le sue abitudini, con una giornata tipo che è cambiata radicalmente come quella di tutti noi. Mi sento molto fortunato, ho la possibilità di lavorare da casa e non è un privilegio che spetta a tutti purtroppo. Non è semplice portare avanti dalla poltrona un lavoro che prima del virus mi induceva a viaggiare quasi tutte le settimane ma la tecnologia aiuta”. Non solo lavoro: c’è spazio anche per lo svago e per qualche “scambio di vedute “con il partner.  “Dalle 7.30 alle 18.30/19 – aggiunge – sono impegnato con il lavoro. Per il resto provo a tenermi in forma facendo sport, guardando serie tv, TG italiani e cerco di dare una mano con le faccende di casa, tema di discussione principale con la mia ragazza”.

Il tema sanitario è molto sentito ovviamente.  “Puo’ sembrare un paradosso – sottolinea Antonio – ma mi sentirei molto più sicuro in Italia, nonostante sembra sia stata colpita più del Regno Unito da questa pandemia. Il sistema sanitario pubblico (NHS) ha subito più tagli che in Italia durante le ultime legislature ed è quasi del tutto inesistente. Ho un’assicurazione sanitaria privata ma anche in questo caso l’assistenza ricevuta è stata molto scarsa”. L’Italia però è sempre il paese dove la polemica non va mai in vacanza. Un qualcosa che emerge dalla differenza di linguaggio tra i media italiani e inglesi. Guardando i tg Inglesi e quelli Italiani si nota come i temi trattati siano più o meno gli stessi e  spazino dalla sanità all’economia e a come pianificare la ripresa. Sicuramente a differenza di ciò che accade in Italia, ci sono molte meno polemiche, soprattutto di carattere politico, e molti meno programmi in prima serata con esperti di tutti i generi a pronunciarsi sull’argomento”.

C’è spazio anche per raccontare le preoccupazioni di Antonio, amplificate ovviamente dalla distanza. Durante il picco della crisi sanitaria in Italia, la preoccupazione maggiore è stata la mia famiglia, anche perchè leggevo di come sono stati trattati alcuni casi in Basilicata e ho avuto paura che il virus potesse fare danni maggiori. Per fortuna questo pericolo sembra scongiurato.  Adesso quello che mi preoccupa di più è la ripresa, soprattutto quella economica. Mi sembra che non ci sia un dibattito serio e responsabile sul tema e purtroppo chi dovrebbe rappresentarci e tirarci fuori dal baratro, si accapiglia nei salotti televisivi o sui social network per un pugno di like”. Ma qual è il desiderio più grande? La risposta di Antonio non lascia spazio ad interpretazioni. “Riabbracciare la mia famiglia”!

Pasquale Pacella, 34 anni – Parigi

È a Parigi dal  2016. L’estate bella e colorata si lasciava svilire dal lento incedere dell’autunno: settembre è mese di ripartenza e armato di valigia, cuore e speranza ha lasciato la sua città in cerca di opportunità. Dal balcone di casa sua, Pasquale ammira una Parigi bella e spettrale che racconta così: è un po’ come nel film di Hitchcock ‘La finestra sul cortile’, osservo cosa accade al di fuori. Devo dire che le prime tre settimane sono state dominate dalla paura; col passare dei giorni e della tempesta, noto che inizia ad instaurarsi nelle persone una certa rilassatezza”. L’ironia che lo contraddistingue serve a esorcizzare il momento. Anche nel raccontare la sua giornata tipo. “Non sono un mattiniero. Mi alzo dal letto, prendo il bus per la cucina. Tv, libri, chitarra, musica, telefono, cucina e poi chitarra, tv, libri, telefono, musica, cucina e così via. Una routine diventata consuetudine”.

Differenze di sistemi sanitari ne vede poche: quello francese è simile per caratteristiche a quello italiano. Parliamo di due tra i migliori sistemi di welfare al mondo. Bisogna possedere una carta sanitaria per non avere spese nel momento in cui si necessitano cure ospedaliere. Quindi se mi chiedessero se mi sento tutelato risponderei…oui. A non convincerlo, è piuttosto l’approccio dell’Italia alla risoluzione dei problemi. “La grande differenza è nella prospettiva. I problemi ci sono ed esistono ma qui si cerca di risolverli e ci si riesce. Basta teatrini, basta macchiette, fare politica significa programmare, indirizzare, guardare al futuro. Ahimè questo è quello che manca nel Belpaese”.

Il pensiero di Pasquale trova spazio per la profondità di quei sentimenti che tante volte non esterniamo e che oggi acquisiscono un valore enorme. Ovviamente, in questi scenari apocalittici – racconta – il pensiero vola ai cari: quanto valgono dei sorrisi, delle parole, dei consigli. Ecco perché il mio desiderio più grande è riabbracciare loro e tutte le persone a me vicine”.

FRANCESCO CONFUORTI, 36 anni – Madrid

Se i dirigenti dell’Inter conoscessero la sua storia probabilmente gli offrirebbero un contratto per la vita. E lui ne sarebbe felicissimo vista la passione per i colori nerazzurri. Francesco viveva a Siena quando la sua squadra è tornata a vincere lo scudetto. Era il 2007. L’anno dopo è volato a Madrid, il Bernabeu è stato teatro del trionfo in Champions League. Insomma, è una sorta di talismano. Oggi si è dovuto fermare. Come Pasquale, lavora nel mondo della ristorazione, quello che si rialzerà dopo di tutti. Madrid si è adeguata con grande civiltà alle restrizioni: “Le regole qui vengono rispettate, la città è deserta. Il sacrificio delle persone è concretamente visibile e questo è un segnale di grande maturità. Gli effetti del lockdown hanno profondamente stravolto le abitudini e la quotidianità di Francesco: niente lavoro e niente smartworking. “Mi sveglio tutti i giorni alle 8 e mi alleno in casa per almeno 3 ore al giorno. Poi passo il tempo tra Play Station, film e serie TV. Ovviamente c’è spazio per famiglia e amici, la tecnologia è di grande aiuto”.

Il tema sanitario non sembra preoccuparlo, al contrario Francesco si sente sicuro. La sanità spagnola è tra le migliori al mondo quindi non sono turbato perché vivo in un paese che da questo punto di vista mi offre tranquillità e certezze”. Riflette però su una differenza importante tra Italia e Spagna: il rispetto delle regole. “Il quantitativo di controlli e multe in Italia è incredibile, non è un bel segnale che è stato dato come Paese. Qui  i controlli sono ferrei ma al tempo stesso c’è un grande senso civico che agevola il lavoro delle forze dell’ordine”.  Nel suo racconto c’è spazio anche per le preoccupazioni: “è una vicenda che non si concluderà domani, durerà a lungo. Il non sapere quando ci sarà una fine ci lascia tanti dubbi e tante incertezze.  Da una preoccupazione così, è facile tirare fuori il desiderio più grande: al momento pare utopia ma spero che si torni prestissimo ad una vita normale“.