Ora sei libero, grazie Fabo! Parlamento vuoto dopo la colata di ipocrisia

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Questa è una storia nelle storie. È la triste vicenda di un ragazzo che ha vissuto mezza vita al massimo, fin quando il destino non si è messo di traverso rendendolo cieco e tetraplegico a seguito di un incidente stradale. Fabiano Antoniani, detto DJ Fabo, ha posto fine alla sua sofferenza scegliendo il suicidio assistito in Svizzera. Ha provato in tutti i modi a rimanere aggrappato alla vita, ma quando ha capito che avrebbe passato il resto dei suoi giorni in totale sofferenza, ha detto basta. Con forza e convinzione. Voleva essere libero di scegliere fino alla fine, di decidere autonomamente della propria vita. Non ha potuto farlo, perché, come dichiarato alle Iene nei suoi ultimi giorni di vita “viviamo schiavi di uno Stato, lavoriamo schiavi di uno Stato e quando vogliamo morire siamo schiavi di uno Stato”. Parole pronunciate con la rabbia di chi è stato costretto all’esilio pur di morire, affrontando un faticosissimo viaggio di cinque ore verso Fork (Svizzera) per raggiungere la clinica della “dolce morte” che per lui rappresentava una sorta di scrigno della libertà.

Lo scorso venerdì ho partecipato alla preghiera fortemente voluta dalla mamma Carmen, altra protagonista di questa storia nelle storie. Nessuno può quantificare il dolore che una mamma può provare nel perdere il proprio figlio ma questa donna deve aver avuto una forza incredibile per affrontare una tale situazione di dolore. L’ho vista arrivare abbracciata ad un uomo che con straordinaria tenacia e perseveranza prova a difendere i diritti civili ad ogni costo, una battaglia che dovrebbe essere di ogni singolo essere umano. Un uomo che conoscevo poco e che ho apprezzato tantissimo in questa lunga fase che ha portato all’addio di Fabo. Quell’uomo risponde al nome di Marco Cappato. E’ stato vicino a Fabo fino alla fine ed è vicino a tante persone che sono nella sofferenza. È tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, organizzazione che promuove la libertà di cura e di ricerca scientifica, l’assistenza personale autogestita e l’affermazione dei diritti umani, civili e politici delle persone malate e disabili, anche nelle scelte di fine vita. È all’Associazione che Fabo si era rivolto per porre fine alla sua sofferenza. E ha trovato Marco Cappato pronto ad esaudire il suo desiderio, mentre l’Italia continua a essere sorda sul tema del fine vita. Lo scorso 13 marzo infatti, era prevista la discussione alla Camera sul testamento biologico. L’aula del Parlamento si è mostrata miseramente vuota, un vile segnale di menefreghismo dopo la colata di ipocrisia venuta giù dopo la morte di DJ Fabo.

Il post di Enrico Mentana: aula vuota per il biotestamento

In questa storia nelle storie c’è un’ altra protagonista che è esempio di coraggio, forza, dignità, amore. E’ Valeria Imbrogno, compagna di Fabo, che gli è stata vicino fino all’ultimo istante. Venticinque anni insieme tra amicizia e fidanzamento, fino all’ultimo sospiro in quella clinica di Fork. Gli ha prestato la voce per l’inascoltato appello al Presidente Mattarella, gli ha bagnato le labbra di Sambuca perché Fabiano voleva sentirne il sapore, ha scritto un messaggio straziante sulla sua bacheca Facebook nella notte tra il 26 e il 27 febbraio: “vorrei che questa notte non finisse mai”. Valeria e Fabiano sono protagonisti di una storia d’amore straordinaria che, seppur nel dolore, ha fatto emergere la straordinaria forza di un sentimento. Un’unione forte e bellissima. Una meravigliosa lezione per tutti noi, che dovremmo far si che il tema resti sempre attuale, parlandone non solo quando l’attualità ci consegna tristi vicende come queste

Marco Cappato e Carmen, mamma di Fabo

Ero da poco entrato nella gremita Chiesa di Sant’Ildefonso a Milano. Tantissimi giornalisti e gente comune. Arrivano il Sindaco Sala, Emilio Fede, Don Mazzi. Arriva Marco Cappato, a fianco della signora Carmen, mentre respinge gli assalti di fotografi e telecamere. Valeria sale sull’altare e prende la parola. Rilegge i discorsi con Fabo, ne riporta i suoi pensieri, esprime l’amarezza dello sfortunato Dj che soffriva per l’allontanamento di alcuni amici ma sottolineava che a lui bastava la presenza della madre e di Valeria. Lei dice che non era vero. Fabo chiede a tutti di non piangere, perché lui ora è libero di ballare e divertirsi. La cerimonia finisce con il brano preferito di questo sfortunato ragazzo, chissà quante volte l’avrà passato in quelle consolle tra India e Italia. Ci sono le lacrime e gli abbracci, la compostezza e la commozione. La folla lascia la Chiesa mentre fuori vengono sparati i fuochi d’artificio perché ora si, Fabo è libero. Chissà che quei botti rimbombino nelle menti e nelle coscienze di chi fin qui non è stato in grado di decidere. O forse non ha voluto.