Coronavirus e comunicazione: il contagio (negativo) delle parole

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Il Coronavirus ha modificato sensibilmente le nostre abitudini. Lavoro, affetti, spazi sociali: tutti abbiamo dovuto in qualche modo rinunciare alla normalità. Uscire di casa per andare in ufficio, prendere i mezzi, fare colazione al bar. Per tanti, persino vestirsi non è più un’azione quotidiana. Il popolo dello smart working ad esempio, non sarà mica a casa con abito e tailleur o con pantalone e camicia? All’improvviso tutto è cambiato. Informazione compresa. Il tema dominante è ovviamente il Coronavirus, un’emergenza sanitaria che ha travolto la Cina per poi abbattersi sull’Europa, con l’Italia che ha pagato e sta pagando un prezzo altissimo. Stavolta non sentiamo parlare, ad esempio,  degli “Angeli del Fango” che abbiamo conosciuto a causa di una Genova devastata dall’alluvione ma di quelli vestiti di bianco, i medici e gli infermieri dei nostri ospedali.

Il Coronavirus ha praticamente monopolizzato l’informazione e allo stesso tempo indotto ad informarsi di più anche coloro i quali non erano così abituati a farlo.  Nel mare magnum di notizie tra radio, giornali, tv, talk, conferenze stampa e canali all news gli aggiornamenti e i bollettini sull’evolversi della situazione sono continui. Tanta comunicazione e fiumi di parole a cui bisognerebbe prestare attenzione. In primo luogo la rete, veloce e pericolosa nel diffondere informazioni non vere in tempi di fake news. Riconoscere e fidarsi di poche fonti accreditate è fondamentale, soprattutto in questa fase: dalle agenzie stampa come Ansa, ai quotidiani come La Repubblica e Corriere della Sera passando per i canali all news come Sky TG24. Chiaramente ce ne sono tante altre.

Ma quando si parla di comunicazione è necessario prestare attenzione verso chi le notizie le diffonde o chi comodamente da un salotto televisivo utilizza affermazioni quali “i deceduti sono anziani o affetti da altre patologie”. Un’espressione che classifica i cittadini, totalmente priva di senso che però viene ripetuta continuamente e con estrema leggerezza, accompagnata dalla triste legge dei numeri. Anche in quei casi c’è qualcuno che piange un familiare e in molti casi non potrà salutarlo nemmeno con un funerale viste le ultime restrizioni del Governo. Come se parlassimo di “cose che non servono più”.

A proposito: paradossale la fuga di notizie sull’ultimo Decreto che ha seminato il panico in un paese poco abituato al senso civico. La bozza di testo sciaguratamente diffusa nella tarda serata di sabato è l’ennesimo segnale di un paese che da tempo è diventato fragile. Anche nel comunicare.