Calcio e comunicazione: Napoli a testa alta, il vero flop è De Laurentiis

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Da metà dello scorso dicembre a Napoli era iniziato il countdown per un appuntamento straordinario, adrenalinico, imperdibile. La sfida ai mostri sacri del Real Madrid per gli ottavi di finale di Champions League, qualcosa in grado di scaldare ancor di più i cuori e la passione di un popolo che vede nella sua squadra un amore intramontabile, una passione travolgente, un unico cuore che batte. Il Napoli di Maurizio Sarri è probabilmente la squadra più bella del nostro campionato: un’organizzazione di gioco da applausi, idee innovative, l’estetica “Sacchiana” che tanto aveva fatto innamorare l’Europa e il mondo. E’ una squadra, il Napoli, che dovrebbe essere un case study per tutti i bambini: “figlio mio, se ami il calcio, guarda quegli undici con la maglia azzurra e quel signore in tuta che dirige l’orchestra. Imparerai, oh se imparerai”.

Quell’appuntamento tanto atteso arriva, vissuto con l’attesa e la tensione del primo appuntamento. L’onda azzurra invade Puerta del Sol. Si fa sera e ci si incammina verso uno dei templi del calcio. Eccolo, è il Santiago Bernabeu, esci dalla metro e te lo ritrovi davanti. Imponente, maestoso, sublime. Dentro, i galacticos e quel Cristiano Ronaldo che fa paura solo a nominarlo, insieme a una schiera di campioni guidati da uno dei più forti della storia del calcio. Dall’altro lato una squadra, il Napoli, bello e miracolato da un Sarri che da quarta scelta ha valorizzato straordinariamente i suoi giocatori dando loro un’identità magnifica. Niente nomi altisonanti ma tanto pragmatismo applicato al lavoro e a una mentalità vincente. I novanta minuti sono volati, il Napoli esce sconfitto ma non umiliato. Ce sono ancora altrettanti per sperare nel miracolo, il San Paolo sarà una bolgia.

Peccato per la sosta in mix zone. Il primo a parlare è Aurelio De Laurentiis, che rovina clamorosamente un’attesa e un appuntamento straordinario, dimenticando completamente la gara di ritorno e la necessità di garantire tranquillità ed equilibrio all’ambiente. Decide invece che è il caso di sparare a zero su quell’allenatore toscano che tanto bene sta facendo sotto il Vesuvio. Decide che è il caso di rivendicare i suoi investimenti, permettersi di parlare di tattica e soluzioni, pretendere di vedere in campo tutta la rosa. Perché non è importante se un giocatore rientra da un intervento al crociato o se un altro è stato acquistato per 28 milioni di euro dall’infermeria di una squadra di fascia media. Devono giocare, come all’oratorio, perché è così. Perché l’allenatore, pur essendo tutti i giorni a lavoro a Castelvolturno, probabilmente non conosce meglio di lui certe dinamiche. Dopo quelle assurde dichiarazioni, in sala stampa non sono mancati momenti di imbarazzo. Il direttore della comunicazione del Napoli, Nicola Lombardo, seduto accanto a  Sarri, ha dovuto parare (male) i colpi dei giornalisti che giustamente chiedevano spiegazioni sulle dichiarazioni di De Laurentiis. Un presidente che si era preso la scena già prima della gara: il charter carico di amici, discorsi e promesse, Maradona negli spogliatoi. Ma anche dopo la gara a quanto pare. Un club è grande quando si mostra maturo dentro e soprattutto fuori dal campo. In Italia Juve e Milan hanno insegnato l’importanza del binomio calcio e comunicazione. Di questo passo la strada per il Napoli è ancora lunga. Molto lunga.